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Volo Reggio – Linate

Volo reggio - linate

QUANDO IL PROBLEMA NON È IL VOLO, MA LA DESTINAZIONE

Parlare di voli a Reggio Calabria è come recitare un copione che conosciamo a memoria.

Parte sempre uguale: arriva la notizia della riduzione o cancellazione di un collegamento, scoppia la polemica, politici e associazioni di categoria si indignano, i cittadini si sfogano sui social, qualcuno tira fuori la storia del Ponte sullo Stretto come simbolo della nostra eterna contraddizione.

Da un lato il futuro promesso in grandi rendering, dall’altro il presente che cade a pezzi, un volo alla volta.

È successo di nuovo. Ita Airways riduce i collegamenti da e per Milano Linate.

Dal prossimo 26 ottobre, sparisce il volo delle 6 del mattino — quello che permetteva a professionisti, studenti e lavoratori di essere a Milano a inizio giornata. Da tre frequenze giornaliere a una soltanto, in meno di un anno. L’ennesimo colpo basso, dicono in tanti. L’ennesima ferita a un territorio che non riesce a rialzarsi.

Apriti cielo: comunicati stampa indignati, hashtag di protesta, richiami al “sud dimenticato”, accuse al governo, alle compagnie aeree, persino al fato. Tutto legittimo, certo. Ma ancora una volta, rischiamo di guardare il dito e non la luna.

Perché la verità, detta senza troppi giri di parole, è che Ita fa il suo mestiere.

È una compagnia aerea: tiene i voli che rendono, taglia quelli che non coprono i costi. Nessuna compagnia al mondo mantiene collegamenti costosi e sottoutilizzati solo per amor di patria. Al massimo, in casi particolari, interviene lo Stato con la “continuità territoriale”, come in Sardegna o sulle isole minori. Ma qui siamo sul continente. E allora la domanda vera diventa: al netto di studenti e pendolari, chi riempie quei voli? Qual è la domanda turistica, culturale, economica che giustifichi tre collegamenti giornalieri costanti con Milano?

La risposta, se vogliamo essere onesti, è scomoda: non abbastanza persone. Non abbastanza flussi. Non abbastanza prodotto. Non abbastanza destinazione.

Tabella dei Contenuti

I numeri che non raccontiamo mai (a meno che non ci convenga)

L’aeroporto “Tito Minniti” di Reggio Calabria ha registrato dal 2021 al 2023 numeri di traffico molto contenuti, con una ripresa lenta rispetto ai livelli pre-pandemia. Nel 2021 sono transitati circa 147 mila passeggeri, in crescita del +36% rispetto al disastroso 2020 segnato dalla pandemia. Nel 2022 i passeggeri sono saliti a circa 201 mila (ancora solo il 55% circa del volume del 2019, quando erano ~364 mila), segnando un +37% sul 2021.

L’intero traffico rimaneva di voli nazionali, senza alcuna compagnia low-cost o charter operativa sullo scalo fino al 2023. Per confronto, nel 2022 Lamezia Terme (primo scalo calabrese) ha superato 2,62 milioni di passeggeri, oltre 13 volte il traffico di Reggio.

Nel 2022 il numero di movimenti (voli) a Reggio era ancora inferiore del 34% rispetto al 2019, e il coefficiente di riempimento medio dei voli appena 61%, segno di scarsa domanda. In sintesi, fino al 2023 l’aeroporto dello Stretto mostrava scarsa resilienza e capacità di ripresa, restando molto al di sotto del proprio storico (negli anni 2000 aveva sfiorato il mezzo milione di passeggeri annui).

La svolta è arrivata nel 2024 con l’ingresso di Ryanair. Dopo lunghe trattative sostenute dalla Regione Calabria, la compagnia low-cost ha annunciato 8 nuove rotte attive da aprile 2024 (5 internazionali – tra cui Londra, Manchester, Berlino, Barcellona, Marsiglia, Tirana – e 3 nazionali verso Torino, Venezia, Bologna).

Siamo in crescita rispetto al disastro del Covid, sì, ma comunque lontanissimo dagli standard di altri scali provinciali. Per avere un termine di paragone: Brindisi ha superato i 3 milioni, Bari vola sopra i 6, Catania ne sfiora 11. Persino Ancona e Trieste, con bacini simili o inferiori, stanno sopra il mezzo milione.

Non stiamo parlando di hub intercontinentali. Stiamo parlando di aeroporti che hanno capito — o hanno avuto la fortuna di essere inseriti in — una logica di destinazione. Perché il punto è sempre lo stesso: se il territorio produce domanda, l’aeroporto cresce. Se la destinazione funziona, i voli restano.

E invece da noi il quadro è schizofrenico. È vero, i numeri del turismo crescono. L’imposta di soggiorno aumenta, i dati delle presenze segnano un segno più. Ma quando si scava, la realtà è meno brillante: arrivi brevi, pernottamenti mordi e fuggi, spesa pro capite bassissima.

Gli scontrini non mentono. Lo dicono le analisi di Confcommercio e lo confermano i commercianti del centro: i turisti arrivano, dormono una notte, mangiano un gelato, fanno una passeggiata sul Lungomare e ripartono. La maggior parte non acquista prodotti tipici, non fa esperienze, non investe in attività collaterali. Non perché non abbiano soldi, ma perché non trovano nulla che li inviti a spenderli.

Questo è il paradosso: cresciamo in quantità, ma non in qualità. Senza un’offerta esperienziale, senza identità chiara, senza servizi coerenti, restiamo una città di passaggio. E una città di passaggio non giustifica tre voli al giorno con Milano.

Abbiamo parlato di coefficiente di riempimento. Tra un’accusa e l’altra ad Ita, è stato chiesto quale sia il coefficiente di riempimento dei voli cancellati?

Ed ecco un altro dato che molti fingono di ignorare: la media di riempimento dei voli Ita cancellati nel 2025 è stata del 73%. Tradotto: tre quarti dei posti erano occupati. Eppure, non bastava.

Ora, proviamo a immaginare la stessa situazione nel vostro lavoro quotidiano, cari imprenditori.

Se un piatto del vostro ristorante vi costa 100 euro tra materie prime, personale, energia, tasse e margini, ma riuscite a venderlo ottenendo solo il 73% del ricavo atteso, quanto tempo reggereste?

Se una camera d’albergo, tra pulizia, manutenzione, personale e imposte, invece di garantirvi il 100% del rendimento vi restituisse appena il 73%, quanto ci mettereste ad andare in perdita?

Facciamo una proiezione semplice: mantenendo questo gap per sei mesi, ogni attività brucerebbe quasi un quarto della propria marginalità. Un bagno di sangue. Eppure, quando si parla di compagnie aeree, ci dimentichiamo che i conti non si fanno con la retorica ma con la calcolatrice.

Immaginiamo un ristorante o un hotel.

  • Costo medio per produrre un piatto o mantenere una camera per una notte: 100 €
    (tra materie prime, personale, energia, tasse, ammortamenti).
  • Rendimento atteso per non andare in perdita: 100 € (copertura totale + margine).
  • Rendimento reale se venduto con coefficiente del 73%: 73 €.
  • Perdita secca per unità venduta: –27 €.

Ora proiettiamolo su 6 mesi di attività:

  • 1 piatto al giorno → 180 giorni × –27 € = – 4.860 €
  • 10 piatti al giorno → 1.800 piatti × –27 € = – 48.600 €
  • 1 camera venduta al giorno → 180 notti × –27 € = – 4.860 €
  • 10 camere vendute al giorno → 1.800 notti × –27 € = – 48.600 €

Numeri che bruciano. E che spiegano meglio di mille polemiche perché una compagnia taglia rotte che, pur piene al 73%, non garantiscono sostenibilità economica.

Quando la low-cost diventa l’unica ancora

In questo vuoto di progettualità, ecco che Ryanair appare come la salvezza calata dal cielo. La low-cost irlandese ha portato collegamenti, tariffe accessibili, arrivi dall’estero. Ha dato respiro all’aeroporto e all’intero comparto.

Ma attenzione: Ryanair non è una madre benevola. Non ha legami affettivi col territorio. È un colosso che sposta gli aerei dove conviene. Oggi vola su Reggio perché intercetta una domanda sufficiente e magari qualche incentivo, domani potrebbe spostarsi altrove senza rimorsi.

Pensare che la soluzione arrivi dalle compagnie aeree è un’illusione. I voli sono strumenti, canali. Non sostituiscono la progettualità di una destinazione. Un aeroporto vive se attorno c’è una città viva, un territorio che funziona, un prodotto turistico che attrae. Senza questo, ogni collegamento resta precario.

Gli esempi che non impariamo mai

Matera (Basilicata)

Da “vergogna nazionale” a capitale della cultura. Matera, città dei Sassi, era fino agli anni ‘90 una meta poco conosciuta, segnata da povertà e spopolamento. Puntando sulla propria identità unica (antichi rioni rupestri Patrimonio UNESCO) e su una programmazione culturale innovativa, Matera ha visto esplodere il turismo: nel 2018 ha registrato +22% di arrivi (344.800) e +22% di presenze (547.500) rispetto all’anno precedente, e nel 2019 – anno in cui è stata Capitale Europea della Cultura – ha toccato numeri mai visti prima.

Questo “modello Matera” è basato su autenticità e sostenibilità: recupero del patrimonio storico (ad esempio molti Sassi trasformati in piccole strutture ricettive di charme, mantenendo l’architettura originaria), coinvolgimento della popolazione locale nell’accoglienza (progetti di “albergo diffuso” e formazione di guide locali) e politiche per evitare l’overtourism (ingressi contingentati in alcune chiese rupestri, promozione di itinerari alternativi fuori dal centro storico).

Matera dimostra come investire in cultura, identità locale e partecipazione dal basso possa rivitalizzare una destinazione in modo duraturo.

Bilbao (Paesi Baschi, Spagna

Il “Guggenheim effect” e la rigenerazione urbana. Negli anni ’90 Bilbao era una grigia città industriale in declino, del tutto fuori dai circuiti turistici. La svolta è arrivata con un ambizioso progetto di riqualificazione territoriale: risanamento delle aree portuali dismesse, creazione di parchi urbani, potenziamento di trasporti pubblici e – come elemento iconico – la costruzione del Museo Guggenheim (opera architettonica avveniristica di Frank Gehry, inaugurata nel 1997). In pochi anni l’immagine di Bilbao è cambiata radicalmente: da brutto anatroccolo industriale a “cigno” del turismo culturale.

Oggi Bilbao è una destinazione di tendenza, studiata nelle università di tutto il mondo come caso di successo.

Attira oltre 1 milione di turisti l’anno (in larga parte internazionali), con benefici economici enormi: si stima che il solo Guggenheim contribuisca per oltre 430 milioni di euro l’anno al PIL locale. Importante, Bilbao non si è fermata al Guggenheim: continua a investire in, in servizi ai residenti e in sostenibilità ambientale.

Ha evitato l’overtourism distribuendo i flussi anche su percorsi meno noti.

Bilbao insegna che un forte posizionamento identitario (arte contemporanea e architettura, nel suo caso) unito a una visione di città vivibile può trasformare completamente le prospettive di sviluppo turistico in modo durevole e sostenibile.

Alto Adige (Sudtirolo)

Identità alpina e turismo sostenibile. A livello di territori regionali, il Sudtirolo è spesso citato come esempio di identità forte: ha saputo comunicare un’immagine coerente di sé come terra di natura incontaminata, cultura alpina autentica e qualità della vita.

Ciò ha attirato turismo già dal Novecento, ma negli ultimi anni la provincia autonoma di Bolzano ha fatto passi ulteriori verso la sostenibilità. Si è dotata di piani rigorosi per limitare i flussi nei periodi critici (ad esempio numero chiuso di auto in alcune valli dolomitiche in agosto), promuovere la mobilità dolce (fitta rete di trasporto pubblico e card turistiche integrative), incentivare strutture ricettive eco-certificate (CasaClima Hotel, Ecolabel EU) e filiere enogastronomiche a km zero.

L’identità forte sudtirolese – bilinguismo, architettura alpina preservata nei centri storici, tradizioni come transumanza e mercatini di Natale – viene coniugata con servizi turistici moderni di alta qualità. Questo mix attira un turista fidelizzato e rispettoso: la spesa media giornaliera in Alto Adige è tra le più alte d’Italia, segno di un turismo di valore aggiunto.

Il caso altoatesino mostra come identità culturale e sostenibilità ambientale possano procedere insieme: il territorio rimane vivibile per i residenti e al contempo appetibile per visitatori esigenti, evitando gli eccessi del turismo di massa.

Altri esempi degni di nota includono realtà come la Slovenia, che ha adottato un approccio nazionale al turismo sostenibile con il suo “Green Scheme” certificando destinazioni green e diventando una delle mete più “verdi” d’Europa; oppure città italiane come Torino, che dopo il declino industriale ha puntato su musei, eventi e riqualificazione urbana per riforgiare la propria identità culturale, riuscendo a raddoppiare le presenze turistiche tra il 2000 e il 2019. Ogni caso insegna che non basta “avere attrattive”: servono visione strategica, investimenti in qualità e coinvolgimento della comunità per costruire un’identità territoriale vincente.

E Reggio? Tante iniziative isolate, tanti imprenditori coraggiosi ma soli, istituzioni che annunciano e raramente portano avanti con continuità. Una comunità divisa tra chi ci crede e chi rema contro.

La cultura dell’accoglienza

Il vero tallone d’Achille

Il turista internazionale non cerca solo mare, sole e cibo. Quelli li trova ovunque. Cerca come viene trattato, come vive l’esperienza. E su questo noi cadiamo ancora troppo spesso.

Quante volte un visitatore entra in un negozio e viene accolto con indifferenza? Quante volte in un ristorante il personale sembra infastidito dal cliente? Quante volte un turista chiede informazioni e riceve risposte vaghe, scocciate, a volte persino scortesi?

Sono dettagli, certo. Ma è lì che si decide se il turista torna, se consiglia, se spende. È lì che si gioca la vera partita. E senza questa cultura diffusa dell’accoglienza, possiamo investire milioni in campagne pubblicitarie: resteremo sempre una destinazione incompiuta.

Un territorio che vuole crescere turisticamente deve prima crescere dentro casa: cultura dell’accoglienza, professionalità e comunicazione

Prendiamo la Riviera Romagnola: ha costruito la sua fortuna non solo con il mare, ma con un sorriso che è diventato marchio di fabbrica. L’accoglienza è stata trasformata in cultura, con corsi e formazione per albergatori e operatori. Un approccio che fidelizza il turista più di qualunque campagna pubblicitaria. E persino in Calabria si inizia a parlare di “cultura dell’accoglienza mediterranea”, formando ambasciatori nei borghi perché chi arriva non trovi solo paesaggi, ma anche volti sorridenti e orgoglio locale.

La stessa logica vale per la formazione: senza operatori preparati non c’è qualità che tenga. Trentino e Veneto hanno fatto scuola con percorsi di alta specializzazione; il Sud si muove più lentamente, ma dove sono stati avviati corsi su digital marketing, lingue e ospitalità i risultati si vedono. L’esempio degli alberghi diffusi dimostra che con formazione mirata anche un borgo sperduto può trasformarsi in destinazione.

Infine, la comunicazione. Nessuna meta può emergere se non sa raccontarsi. La Puglia ha riscritto il suo destino con “We Are in Puglia”, il Trentino ha consolidato un brand affidabile e destagionalizzato. Ma la comunicazione non è solo spot e slogan: è anche un ufficio IAT preparato, una segnaletica chiara, un sito aggiornato.

Per Reggio e lo Stretto servono proprio questo: un racconto nuovo, oltre la cartolina, che metta insieme Bronzi, miti di Scilla e Cariddi, bergamotto, vini grecanici e paesaggi. E che accompagni il turista dal biglietto aereo fino all’esperienza in loco.

Solo così un volo diventa davvero il ponte verso una destinazione, e non una semplice tratta che può sparire al primo calo di numeri.

La colpa che non vogliamo mai prenderci

Ogni volta che un volo viene cancellato, il copione è lo stesso: colpa di Ita, colpa dello Stato, colpa del Nord, colpa di Roma. Ma quando arriverà il giorno in cui avremo il coraggio di dire: colpa nostra?

Perché la verità è che buona parte dell’imprenditoria locale non fa la sua parte. Molti pensano che basti aprire un B&B su Booking, un ristorante con vista mare o un lido balneare con due sdraio colorate per definirsi “turismo”. Ma se l’accoglienza è improvvisata, se i camerieri hanno la faccia scocciata, se il titolare non investe in formazione, se il negozio ha orari incomprensibili, se la cultura del sorriso e del servizio è un optional, il turista non torna. Non spende. Non parla bene di noi.

E non è cattiveria: è logica. Chi viaggia oggi cerca esperienze, autenticità, qualità. Non si accontenta di un piatto di pesce buttato lì o di una stanza con vista mare senza cura. Il turista è diventato sofisticato: confronta, recensisce, valuta. E il nostro territorio non può più permettersi di giocare in Serie D quando il campionato è internazionale.

Una destinazione non nasce dagli slogan. Non basta “Reggio Cuore del Mediterraneo” scritto su un cartellone per quanto faccia brillare gli occhi e accendere un guizzo di orgoglio territoriale.

Una destinazione si costruisce con una mentalità condivisa: cittadini, imprenditori, istituzioni che capiscono di essere parte dello stesso ecosistema.

E invece, qui, molti preferiscono piangersi addosso per il volo cancellato.

Ma, dico io, vi siete mai fatti un giro sul corso tra le attività?

Locali che aprono e chiudono fedeli ai loro ritmi e non si adeguano alle abitudini del turista, negozianti che trattano i clienti come un fastidio, camerieri che ti servono con la faccia di chi ti sta facendo un favore, albergatori che non investono un euro in formazione, cittadini che ti guardano come se fossi un animale allo zoo e l’unica cosa che sanno dire è: Bronzi di Riace, Lungomare e Dumo. Quando il racconto è positivo.

E guai a parlare inglese: per molti operatori sembra ancora una lingua aliena, quando a Reggio esistono corsi e scuole qualificate che potrebbero formare chiunque voglia adeguarsi.

E allora la domanda è: cosa offriamo davvero a un turista che ha visto mezza Europa?

Davvero pensiamo che basti un tramonto sullo Stretto o un piatto di pesce per reggere la competizione?

Il problema non è il volo: è la mediocrità quotidiana, la mancanza di professionalità, l’ostinazione a non voler crescere. E fino a quando non lo ammetteremo, continueremo a cercare capri espiatori mentre il mercato ci passa davanti.È un po’ come nel calcio. Tutti vogliono fare la punta che segna il gol decisivo. Nessuno vuole fare il mediano che corre, che costruisce, che sporca le mani. E invece il nostro territorio avrebbe bisogno proprio di mediani.

Come cantava Ligabue: “una vita da mediano, a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni…” — serve gente che lavori sui fondamentali, che costruisca cultura dell’accoglienza, che crei continuità e professionalità diffuse.

L’imprenditoria che deve fare autocritica

E qui arriviamo al tasto dolente: l’imprenditoria locale. Non tutta, certo, ma una fetta consistente. Troppi operatori vivono ancora con mentalità da rendita: “basta avere il mare, basta avere il sole, basta aprire un locale”.

La verità è che non basta. Oggi un viaggiatore che spende sceglie tra decine di mete nel Mediterraneo. Se va a Valencia trova un centro storico vivo, musei interattivi, ristoranti che raccontano il territorio con piatti creativi. Se va a Dubrovnik trova un sistema organizzato, servizi impeccabili, esperienze su misura. Se va a Reggio spesso trova improvvisazione, orari incerti, comunicazione scarsa.

Non si può competere con mare e cibo soltanto. Servono professionalità, storytelling, organizzazione. E soprattutto serve una visione collettiva. Perché se ogni imprenditore gioca per sé, non si crea mai sistema.

Troppi preferiscono piangere per il volo che manca piuttosto che chiedersi: “la mia attività contribuisce davvero a creare una destinazione? Sto offrendo qualcosa che giustifica la presenza di più collegamenti aerei?”.

La risposta, in molti casi, è no.

Il nodo non è l’aeroporto. È la destinazione.

E allora eccoci al punto che nessuno ama ammettere: il problema non è Ita, non è Ryanair, non è il governo. Il problema è che non abbiamo ancora costruito una vera destinazione.

Un volo non è un diritto divino. È una conseguenza. È lo specchio di un territorio che funziona oppure no. E se Reggio Calabria oggi non riesce a mantenere tre collegamenti al giorno con Milano, significa che il territorio non produce abbastanza flussi, abbastanza domanda, abbastanza valore.

Un aeroporto sopravvive e cresce solo se intorno ha un ecosistema che lo alimenta: eventi che non siano solo fuochi di paglia, un’offerta ricettiva di qualità, un sistema di esperienze integrato, un’identità riconoscibile. Finché questi pezzi mancano, i voli saranno sempre precari.

L’illusione degli eventi come unica leva

Negli ultimi vent’anni, abbiamo provato a vendere la città e il territorio con gli eventi. Festival, concerti, sagre, manifestazioni sportive. Ogni anno un calendario che promette “l’estate più ricca di sempre”. Poi, finito settembre, cala il silenzio.

È un errore strutturale. Perché basare la progettualità turistica solo sugli eventi è come costruire una casa partendo dal tetto. Certo, attirano flussi temporanei, fanno notizia, riempiono i social. Ma non bastano a creare un prodotto turistico stabile.

Un turista sceglie una destinazione perché trova identità, continuità, coerenza. Gli eventi sono una ciliegina, non la torta. Senza una base solida fatta di servizi, formazione, cultura dell’accoglienza, tutto il resto è effimero.

Il turismo non lo fanno le brochure, ma le persone

Un errore frequente è pensare che il turismo sia questione di campagne pubblicitarie, siti patinati, slogan suggestivi. In realtà il turismo lo fanno le persone, una per una.

Lo fa il cameriere che accoglie con un sorriso sincero. Lo fa la guida che racconta un mito con passione. Lo fa il commerciante che consiglia un prodotto tipico. Lo fa l’albergatore che risolve un problema senza storcere il naso.

Questa è la mentalità che ci manca. Finché non capiremo che ogni cittadino è ambasciatore della destinazione, resteremo sempre indietro. Perché non è l’ennesima campagna istituzionale a convincere un turista a tornare: è il ricordo di come è stato trattato.

È qui che si vede la differenza tra una destinazione matura e una fragile. Le mete che funzionano davvero hanno flussi durante tutto l’anno, perché hanno saputo costruire un’offerta destagionalizzata: enoturismo, cultura, sport, benessere, tradizioni.

Da noi, invece, appena cala il sole di agosto, cala anche la progettualità. E restiamo fermi, a guardare i voli che diminuiscono, come se fosse un destino ineluttabile.

Non servono miracoli. Non servono nemmeno grandi rivoluzioni. Servono scelte concrete e coerenti:

  1. Formazione degli operatori: la qualità non nasce per caso. Camerieri, albergatori, guide, commercianti devono investire in professionalità.
  2. Creazione di un prodotto turistico integrato: mare, cultura, enogastronomia, eventi. Non pezzi isolati, ma un sistema narrativo coerente.
  3. Coinvolgimento della comunità: ogni cittadino deve capire che è parte della destinazione.
  4. Visione imprenditoriale: basta mentalità da rendita. Serve il coraggio di innovare, di raccontare, di osare.
  5. Politica che fa sistema: smettere di litigare e iniziare a costruire insieme

in conclusione

Non è Ita che ci abbandona. Siamo noi che non siamo ancora diventati una destinazione in grado di trattenere voli, turisti e opportunità.

Il giorno in cui capiremo che i collegamenti aerei non sono una causa, ma una conseguenza, sarà il giorno in cui inizieremo a cambiare davvero. Perché il turismo non è fatto di voli, ma di motivi per prenderli.

Se vogliamo tre voli al giorno per Milano, dobbiamo diventare una città e un territorio che li riempiono. Con turisti che restano, che spendono, che raccontano. Con imprenditori che fanno sistema. Con cittadini che ci credono.

Fino ad allora, continueremo a piangere sul latte versato. E a guardare il dito, invece della luna.

Christian Zuin

Strategist di Marketing Turistico e di Prodotto.

CEO di Protur Media, agenzia di comunicazione e marketing per il turismo e la promozione territoriale, e Project Manager di Visit Reggio Calabria.

Da oltre dieci anni mi occupo di affiancare aziende, enti e destinazioni nella costruzione di strategie di comunicazione, marketing e destination management.

La mia missione è trasformare il potenziale dei territori in modelli di sviluppo sostenibili e competitivi, unendo visione strategica e creatività operativa.

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